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Digital Transformation e resilienza: cosa ci insegna il Coronavirus

SparkFabrik Team4 min di lettura
Digital Transformation e resilienza: cosa ci insegna il Coronavirus

La lezione del Coronavirus

L’emergenza coronavirus provocata dal Covid-19 ha paralizzato la società e l’economia mondiale. E ha costretto, tra le altre cose, le aziende a inventarsi un modo completamente diverso di operare. Anche a distanza di mesi, con il presentarsi della seconda ondata, il tema della Digital Transformation resta sempre attualissimo.

L’esperienza non è stata uguale per tutti ed è dipesa soprattutto dal livello di digitalizzazione di ogni singola azienda. Adesso però il rischio è che non seguano gli investimenti (tanto culturali quanto tecnologici) necessari per analizzare, consolidare e istituzionalizzare quello che è successo per rendere l’azienda più resiliente rispetto alle sfide future.

Sarebbe uno sbaglio non cogliere questa opportunità, e sta proprio ai responsabili della digital strategy e della digital transformation lavorare per capitalizzare la resilienza dimostrata dalle aziende e accelerare. Vediamo con quali strumenti è possibile farlo.

Ripartire dal cloud

Il primo e più significativo punto è l’architettura IT: quale cloud usare o almeno, quali asset aziendali rendere disponibili da remoto. La parola chiave che le aziende devono imparare adesso è “resilienza” e quelle che possono utilizzare canali digitali e sono attrezzate per sostenere in maniera sicura questi carichi hanno dimostrato di essere le più resilienti. «Oggi – ha detto il CTO Paolo Mainardi in un’intervista per Il Giornale – abbiamo spazi di manovra che permettono alle economie di non crollare sotto il peso di anomalie ». L’importante è sfruttarli. E non c’è momento migliore per progettare una trasformazione digitale articolata, perché il management adesso è sicuramente più sensibile a questi temi.

La scelta dell’architettura e dei fornitori di servizi sono fondamentali: cloud pubblico, cloud privato, una forma di cloud ibrido che permetta di utilizzare servizi di cloud pubblico e on premises. Senza dimenticare di valutare anche l’eventualità di una soluzione multi cloud. Qualunque sia il caso, alla base della scelta ci sono tecnologie che sono diventate chiave : applicazioni web cloud-native, sviluppate in ambienti serverless, con pratiche di DevOps e SRE che permettono all’azienda di essere più competitivi sia per la velocità di implementazione delle nuove soluzioni che per la loro modifica o trasformazione.

Gli strumenti per la collaborazione vengono dopo

Una buona strategia di collaborazione parte dal disegno dei processi e delle policy e solo dopo arriva agli strumenti, e non viceversa. Ormai è noto: nelle situazioni di emergenza è necessario continuare a lavorare anche da remoto, ma occorre capire come farlo e con quali livelli di flessibilità e sicurezza.

Partire invece dallo strumento, cioè dall’applicazione preconfezionata, porta spesso a implementare male o in maniera incompleta le soluzioni. Per questo avere una visione centrale con un’idea di quali siano gli strumenti da usare per le varie attività interne e verso l’esterno è un aspetto cruciale. Questo non vuol dire chiudere l’azienda alla flessibilità , bensì renderla più flessibile, sicura e resiliente.

Anche perché, a partire da Microsoft 365 fino alla G Suite di Google , gli strumenti di collaborazione non avevano mai ricevuto così tanta attenzione prima. E ne stanno nascendo di sempre nuovi e più interessanti, figli magari della necessità di supplire alla mancanza di strumenti interni. Così, ecco la lunga lista di “nuovi” tool: da GoToMeeting e Google Meet a Zoom, diventato famoso proprio grazie alla pandemia, da WebEx di Cisco fino a BlueJeans, comprato da Verizon pochi giorni fa, a testimonianza dell’interesse che i big dell’IT e delle telecomunicazioni stanno manifestando in questo settore.

Ci siamo trovati tutti a partecipare a call, meeting e condivisione di documenti attraverso uno i più di questi strumenti. Adesso è necessario trovare una logica con cui usarli e quindi scegliere quali sono più adatti alle nostre esigenze. Soprattutto considerando che uno dei requisiti più difficili da valutare dal punto di vista dell’utente finale è quello della sicurezza dei dati, che invece i professionisti dell’IT sanno valutare meglio. Ed è una parte della conversazione che deve essere avviata al più presto.

La cosa più importante è disegnare i processi e costruire la mentalità interna

Progettare la trasformazione digitale oggi è un’ottima occasione per rivedere i processi interni e ridisegnarli in maniera differente. Il consiglio in questo caso è sforzarsi di diventare paperless , che non vuol dire semplicemente eliminare la carta ma anche ripensare la forma e il flusso dei documenti in modo che abbiano senso in formato digitale. È altresì importante garantire la maggior semplicità possibile nelle interfacce dei tool per abbattere i costi di formazione e re-training interni, e stabilire delle regole chiare e condivise su quali strumenti possono essere utilizzati da quali persone in azienda.

Più in generale, la trasformazione digitale non è tecnologica ma culturale: la tecnologia è solo il fattore abilitante. Ma è necessario cambiare la mentalità e ridisegnare i processi. L’incrocio tra la maturità delle tecnologie cloud di nuova generazione e l’emergenza Coronavirus è una grandissima opportunità per cambiare mentalità in azienda. Soprattutto visto che la più grande resistenza, cioè quella dei dipendenti, è al minimo storico perché tutti hanno provato per settimane cosa vuol dire usare strumenti diversi e più leggeri.

Conclusione: la nuova centralità dell’IT e del digital

L’informatica è diventata il centro della vita delle aziende. Anzi, come ha detto ormai quasi 10 anni fa il creatore di Mosaic e Netscape e oggi venture capitalist Marc Andreessen, “il software si sta mangiando il mondo” , cioè tutte le aziende stanno diventando anche delle software house, che se ne rendano conto o no. Non riuscire a utilizzare la tecnologia, e soprattutto non avere la mentalità per utilizzarla, è uno svantaggio competitivo che rischia di essere critico per la sopravvivenza stessa delle aziende.

«Con le possibilità che oggi abbiamo – afferma il nostro CEO Stefano Mainardi sempre per il Giornale – è necessario che le organizzazioni colgano il massimo potenziale dal digitale portando in azienda tecnologie, processi e piattaforme abilitanti. Ed è questo uno dei nostri obiettivi principali: spiegare che oggi ogni azienda è anche un’azienda di software ».

Domande Frequenti

La resilienza digitale è la capacità di un’azienda di continuare a operare efficacemente anche in situazioni di emergenza grazie a infrastrutture e processi digitali. Il Coronavirus ha dimostrato che le aziende più digitalizzate sono state le più resilienti, riuscendo a garantire la business continuity anche da remoto.
Il cloud è il primo e più significativo elemento per rendere un’azienda resiliente. Soluzioni come cloud pubblico, privato, ibrido o multi-cloud permettono di rendere disponibili da remoto gli asset aziendali, garantendo sicurezza e scalabilità grazie a tecnologie cloud-native, DevOps e SRE.
Gli strumenti di collaborazione come Zoom, Google Meet o Microsoft 365 sono importanti ma non sufficienti. Una buona strategia di collaborazione parte dal disegno dei processi e delle policy aziendali, non dalla scelta dello strumento. Partire dal tool porta spesso a implementazioni incomplete o inadeguate.
La tecnologia è solo il fattore abilitante della trasformazione digitale. Il vero cambiamento richiede una nuova mentalità aziendale e il ridisegno dei processi interni, incluso il passaggio al paperless e la semplificazione delle interfacce. L’emergenza Covid ha abbassato la resistenza al cambiamento, creando un’opportunità unica.
Come affermato da Marc Andreessen con la frase “il software si sta mangiando il mondo”, tutte le aziende stanno diventando anche software house. Non riuscire a utilizzare la tecnologia e non avere la mentalità per farlo rappresenta uno svantaggio competitivo critico per la sopravvivenza stessa dell’azienda.

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